Il sabba delle streghe - Goya
In questi ultimi giorni
d'ottobre si sono viste streghe e zucche ovunque, ma in ogni periodo
dell'anno la strega esercita su di noi il suo fascino secolare; mille
e mille volte reinterpretata, come befana o in versione pin up, la
strega costituisce anche un tema molto trattato nella letteratura di
ogni epoca.
Ho sentito per la prima
volta curiosità per le streghe un giorno in cui mi sono trovata nel
bel mezzo di un corteo contro l'aborto, anzi, in mezzo a
persone che manifestavano contro gli antiabortisti. Una
ragazza sfoggiava orgogliosa un bel cappello a punta e qualcuno le ha
chiesto come mai lo indossasse. Lei, sfacciatamente: "Non lo
sai che il cappello da strega è un simbolo delle donne che sono a
favore della libera scelta riguardo l'aborto? Si dice che le streghe
e i comunisti mangino i bambini". Mi colpì molto la scelta
di quel simbolo.
Qualche mese dopo mi ritrovai a fissare un annuncio scritto in rosso in una bacheca di facoltà: "Vendesi La Strega di Michelet (Storia Moderna)". Ma cosa poteva mai avere da dire uno storico sulle streghe? Se era lo stesso di cui a casa tenevo la Storia della Rivoluzione Francese... mi interessava eccome ciò che avesse da dire. Per sedare almeno un po' la mia curiosità sulle streghe scelsi di cominciare dal principio, cercandone il nome sul vocabolario italiano, poi su quello latino, per risalire all'etimologia della parola, che avrebbe saputo dirmi qualcosa di più.
Qualche mese dopo mi ritrovai a fissare un annuncio scritto in rosso in una bacheca di facoltà: "Vendesi La Strega di Michelet (Storia Moderna)". Ma cosa poteva mai avere da dire uno storico sulle streghe? Se era lo stesso di cui a casa tenevo la Storia della Rivoluzione Francese... mi interessava eccome ciò che avesse da dire. Per sedare almeno un po' la mia curiosità sulle streghe scelsi di cominciare dal principio, cercandone il nome sul vocabolario italiano, poi su quello latino, per risalire all'etimologia della parola, che avrebbe saputo dirmi qualcosa di più.
Il dizionario della
lingua italiana Sabatini Coletti alla voce "strega"
recita:
Donna che, secondo una superstizione popolare iniziata nel Medioevo, sarebbe dotata di poteri malefici derivanti dai suoi rapporti con il demoni.
Precisa per prima cosa
che la strega è donna, quindi accenna ai suoi poteri e ai
rapporti col demonio.
La parola "strega",
in latino striga, deriva da strix,
strigis, che indica un uccello
notturno considerato di cattivo augurio ed è un sostantivo
femminile; anche in greco strix,
strigòs indica lo stesso tipo di uccello, il gufo. Sia i gufi che
le civette, però, sono anche considerati simboli di sapienza, si
pensi alla civetta, animale sacro ad Atena, dea della saggezza, o ai
gufi di molte favole come La spada nella Roccia
o Red e Toby nemiciamici,
personaggi molto saggi, talvolta permalosi. E curiosando tra le
pagine di Michelet, si può dedurre la stessa cosa della strega: era
una donna sapiente e questo incuteva timore, per questo alla sua
figura veniva associato il malaugurio. Di fatto, l'etimologia della
parola strega in molte lingue riconduce alla saggezza: molto
particolare la versione francese del termine, sorcière,
derivata dal latino volgare sortiarius,
colui che trae le sorti, predice il futuro.
Si credeva però che la donna sapiente fosse tale non in virtù della sua
esperienza ma grazie ad un patto col demonio e le immagini che
ritraggono donne in compagnia del diavolo non si contano: si
immaginava avvenisse in questo modo il sabba, un
ritrovo di streghe durante il quale si rendeva omaggio al diavolo.
Molte streghe sono tradizionalmente raffigurate a cavallo di capre,
il caprone è un animale associato al demonio e prima ancora a Bacco.
È affascinante scoprire quanto la mitologia sulle capre e le streghe
abbia influenzato la letteratura. Nella raccolta Lavorare
stanca di Pavese, possiamo
leggere una bellissima poesia ricca di riferimenti alla capra come
simbolo di fertilità e all'accoppiamento tra donna e caprone, tipica
del sabba; senza dimenticare la presenza della luna, quasi l'essenza
stessa della femminilità. Eccone un passo:
Al levar della luna le capre non stanno piú chete,ma bisogna raccoglierle e spingerle a casa,altrimenti si drizza il caprone. Saltando nel pratosventra tutte le capre e scompare. Ragazze in caloredentro i boschi ci vengono sole, di notte,e il caprone, se belano stese nell'erba, le corre a trovare.Ma, che spunti la luna: si drizza e le sventra.E le cagne, che abbaiano sotto la luna,è perché hanno sentito il caprone che saltasulle cime dei colli e annusato l'odore del sangue.E le bestie si scuotano dentro le stalle.Solamente i cagnacci piú forti dàn morsi alla cordae qualcuno si libera e corre a seguire il caprone,che li spruzza e ubriaca di un sangue piú rosso del fuoco,e poi ballano tutti, tenendosi ritti e ululando alla luna.
La
capra simbolo di virilità e fecondità, i satiri raffigurati metà
uomini e metà capre, devoti a Bacco/Dioniso, dio del vino, della
fertilità e dell'estasi; la stessa Afrodite veniva spesso
raffigurata a cavallo di una capra, ma Afrodite non è forse a sua
volta una maliarda, una strega? Uno dei significati che questa parola
ha assunto riconduce all'amore, all'essere stregati
anima e corpo dalla persona di cui si desiderano le attenzioni.
Le
ragazze/capre non sono sconosciute a certi scrittori, ad esempio a
Hugo. In un passo di Notre Dame de Paris,
il personaggio Gringoire cammina pensieroso dietro ad Esmeralda e
alla sua capretta Djali. Nel capitolo Degli inconvenienti
di seguire una bella donna di sera per le vie
leggiamo:
Ma Gringoire aveva perso il filo delle proprie idee.Per fortuna, non tardava molto a ritrovarlo, e lo riannodava senza fatica, grazie alla zingara, grazie a Djali, che camminavano sempre davanti a lui: fini, delicate e incantevoli creature tutt'e due, di cui egli ammirava i piedini, le belle forme, le maniere graziose, quasi confondendole l'una con l'altra nella propria contemplazione: ritenendole, per l'intelligenza e la buona amicizia, due fanciulle; per la leggerezza, l'agilità, la scioltezza dell'andatura, due caprette.
Non
è forse vero che Esmeralda viene definita più volte "strega"
con spregio, nel romanzo?
Oltre
alla ragazza con la capra, c'è una ragazza-capra, protagonista del
romanzo di Landolfi, La pietra lunare:
In luogo della caviglia sottile e del leggiadro piede, dalla gonna si vedevano sbucare due piedi forcuti di capra, di linea elegante, a vero dire, eppure stecchiti e ritirati sotto la seggiola. E il curioso era che queste zampe, a guardarci bene, parevano la logica continuazione di quelle cosce affusolate; né alcuni lunghi ciuffi di pelame ruvido bastavano a stabilire un'ideale soluzione fra l'agile corpo e le sue mostruose appendici. [...]E poi ad un'altra domanda occorreva rispondere con prontezza: dove, precisamente, cioè in quale punto del suo corpo, cessava la fanciulla d'esser donna per mutarsi in capra?
Questa
curiosa ragazza-capra di nome Gurù, parla in modo adorante della
luna:
Mi pare impossibile che quando c'è la luna noi si dorma nelle nostre case [...] Quando c'è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose [...] cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?
Passo
che richiama alla mente, con forza, un altro romanzo molto bello e
ricco di sottintesi, Nottetempo, casa per casa
di Consolo, che analizza dall'interno una malattia immaginaria
associata alla luna, la licantropia, che non è altro che la
melanconia. Ancora la luna governa degli esseri che la notte non
riescono a stare in casa e corrono per le colline siciliane, con le
braccia al vento, urlando, in preda ad un malessere interiore tanto
forte, quanto incompreso. Pare proprio che Gurù stia parlando di
loro, le cose che "corrono navigano girano" sotto la luna
sono alcuni dei protagonisti del romanzo di Consolo.
Inevitabilmente
il tema della strega offre spunto per una riflessione sulla figura
della donna nella storia scritta sempre dagli uomini. Un punto di
vista divertente e alternativo, tutto al femminile resta Chi
ha cucinato l'ultima cena? Storia femminile del mondo
di Rosalind Miles, così caldamente raccomandato da un'altra
scrittrice che ha a cuore la questione femminile, Antonia
S. Byatt, autrice del
celebre Possessione.
Decisamente spassoso, ironicamente sagace, narra la storia della
donna dalle origini ai giorni nostri, raccontando un po' cosa
facessero le donne mentre gli uomini erano impegnati a far tutto,
dedicando all'inquisizione e alla persecuzione delle streghe
parecchie pagine, ogni capitolo con la sua bibliografia al seguito.
Per
chi invece abbia voglia di un saggio storico un po' romanzato, La
strega di Michelet di cui sopra
è il libro giusto per scoprire come la donna sia diventata strega.
Nel medioevo
[...] la donna era considerata ben poco. Il suo posto non aveva rilievo. Se la Vergine, la donna ideale, s'elevava nei secoli, la donna reale contava pochissimo fra le masse contadine, questo miscuglio di uomini e greggi. Miserabile fatalità d'uno stato che non mutava se non con la separazione delle famiglie, allorché queste presero abbastanza coraggio da vivere per conto proprio nel casolare, coltivando più lontano terre fertili e costruendo capanne nelle radure boschive. Il focolare isolato creò la vera famiglia. Il nido fece l'uccello. Da allora non furono più cose, ma anime...Era nata la donna.Momento assai tenero. Eccola nella sua casa. Finalmente può dunque essere pura e santa, la povera creatura. Può elaborare un pensiero e, sola, filando, fantasticare mentre lui è nella foresta. Questa misera capanna, umida e piena di spifferi, dove d'inverno soffia il vento, è però silenziosa. Ha certi angoli oscuri nei quali la donna rifugia i proprio sogni.[...] Questa ha per amici solo i sogni, e chiacchiera soltanto coi suoi animali o con l'albero del bosco.Le parlano, sappiamo di cosa. Risvegliano in lei ciò di cui le parlavano sua madre e la madre di sua madre, antiche cose che, nei secoli, sono passate di donna in donna. È il ricordo dei vecchi spiriti della contrada, dolce religione familiare che, nella comune e chiassosa abitazione, fu certo effimero; ma ritorna e frequenta la capanna solitaria.
E
poi:
D'incomparabile fierezza, questa recava ben più alto delle teste degli uomini il sublime cono, dell'epoca, il trionfale cappello a punta del diavolo. Lo chiamavano spesso così per il doppio corno che lo decorava.
La
mia curiosità è stata soddisfatta, la sete di risposte sui
cappelli, sulla storia della donna e delle streghe non accenna
tuttavia a diminuire, così come la letteratura che possa soddisfarla.
Lorena Bruno
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