Basterebbe il sottotitolo, Storia di una malattia sconfitta, di una famiglia strampalata e della
terapia del sorriso a far intendere che la lettura di questa storia è
intenzionalmente una testimonianza vera, intensa, difficile, ma profondamente
coinvolgente e umana. Con una narrazione scorrevole, leggera, quasi totalmente
autobiografica, l’autrice affronta il “problema” che vive la sua giovane
famiglia nelle fasi successive all’arrivo gioioso di una nuova nascita. Attese,
speranze e progetti che accomunano tante coppie alle prese con la crescita di
una nuova creatura. Ma il destino ha riservato per Anna un altro percorso e
un’altra via di difficile comprensione:
Chiudo gli occhi. Non voglio sapere, non voglio vedere. Vorrei solo che tutto questo fosse un orribile incubo. Capisco perché gli struzzi infilano la testa nella sabbia: da quella prospettiva tutto è più semplice. Quando li riapro, mi trovo di fronte due medici, uguali nel loro camice, slanciati e sorridenti come le gemelle Kessler. «Carissima», mi dicono all’unisono in tono zelante. Credo vogliano essere rassicuranti. […] Quello di destra, il ginecologo, si accomoda sul letto e mi prende la mano; l’altro, il pediatra, mi porge un libro aperto alla voce «Esofago» e mi spiega il problema di Anna. Per quanto possibile, perché di malformazioni all’esofago ne esistono vari tipi, e solo a Zurigo potranno capire con esattezza di quale variante si tratta e come si potrà intervenire. Di una cosa però sono certi: piccola com’è, Anna dovrà andare in sala operatoria.[1]
La bambina nasce con una grave e rara malformazione
esofagea. Un evento inaspettato, crudo, violento che impatta in una famiglia la
cui esistenza scorreva su binari tranquilli. Ma è Anna la protagonista assoluta
di questa bella storia, perché sono ancora una volta i bambini che affrontano
l’imprevedibilità della vita con un atteggiamento mai arrendevole e riescono
perfino nell’intento di dare una spiegazione all’accadere degli avvenimenti.
Anna affronta una serie interminabile di interventi chirurgici; ha solo pochi
mesi di vita, ma ha già “alle spalle” il frequente contatto con la sala
operatoria, la conoscenza sensoriale di un qualcosa di grande che diventerà,
nel corso della sua esistenza, linfa da cui attingere, il desiderio di farcela.
La sua precoce determinazione si intuisce fin da subito. Chiara è un tramite
importante tra lei e i lettori, tra le normali vite degli altri e la sua
eccezionale voglia di esserci, tra lei e il “grande” mondo che la circonda:
Il chirurgo ha detto che è andato tutto per il meglio. […] A volte osservo Anna e mi sembra di vederne i contorni sfumare. Chiamatela come volete, aura, anima, campo magnetico del corpo fisico, qualsiasi cosa essa sia mi sono convinta che Anna la percepisca. Lei sa che io sono qui, mi sente. […] Questo involucro è solo il suo contenitore, ciò che resterà una volta andati via da questo mondo.[2]
La vita di Anna è costellata da moltissime tappe intermedie in
cui, in ognuna, si fortifica o si distrugge qualche speranza di buona riuscita
e di miglioramento generale delle sue condizioni.
La lunga permanenza in una clinica di Zurigo, che doveva
rappresentare l’esito del decorso di Anna, si rivela invece fonte di incomprensioni
fra medici, ritardi e ripetuti interventi chirurgici. Anche lo stesso
trascorrere del tempo non è sempre garanzia di progresso e di decorso
favorevole. L’autrice riesce però a coinvolgere il lettore, attraverso una
scrittura intrisa di un umorismo lieto, oseremo dire “solare,” a rendere questa
esperienza un evento accettabile e che può incidere anche positivamente nelle
dinamiche familiari.
È per noi una grande maestra di vita: ogni volta che apre gli occhi, che sia la mattina appena sveglia, dopo il riposino pomeridiano o dopo un’anestesia, la sua prima reazione è il sorriso, quasi a volerci dire: «Che bello stare al mondo!»[3]
L’esperienza frenetica di una vita appagante vissuta all’interno
di una modernità odierna che non lascia spazio agli “errori”, alle sconfitte,
alle imperfezioni, alle debolezze, viene immediatamente azzerata dalla
protagonista di questa vicenda, che lascia invece un grande spazio alla fiducia
nel domani, e che costantemente guarda al futuro con ottimismo.
I genitori di Anna, a tratti smarriti e in balia della
riuscita o meno di un’esperta mano chirurgica, dimostrano invece una grande
forza d’animo e una giusta attenzione alla scienza medica, e con tenacia ci
fanno intendere come sia importante ridimensionare lo spazio malinconico di ciò
che ruota attorno all’insoddisfazione, ai vuoti esistenziali e a ciò che
Montale, in sostanza, definiva Il male di
vivere.
Anna è ora la testimonianza di vita più bella.
Un grazie sentito all’autrice.
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