Quando due autori del calibro di Alessandro Baricco e Jan
Brokken si incontrano per parlare di scrittura il risultato non può che essere
un successo: la Sala Gialla del Lingotto è pienissima, la gente di tante età
diverse è in fila fuori che aspetta di entrare a questo incontro del Salone Internazionale del Libro di Torino, giunto alla sua trentesima edizione.
Due autori diversi sotto tanti punti di vista, ma con in
comune il mestiere più bello del mondo. Baricco è di casa a Torino e
non servono presentazioni. Jan Brokken è olandese e i suoi romanzi in Italia
sono pubblicati da Iperborea. Scrive di personaggi veri, ma in un modo così
lontano dall'asettica biografia che sa renderli di nuovo vivi, riappropriandoli
delle loro storie. Questi i tre libri editi in Italia: Nella casa del
pianista (2011), dedicato all'amico musicista Youri Egorov, in fuga dalla Russia
verso una Amsterdam più liberale e aperta, crogiolo di artisti eccentrici; Anime baltiche (2014), il titolo con cui
forse è più famoso in Italia e in Europa, dove vengono narrate le vite di
persone celebri come Mark Rothko, Hannah Harend, Gidon Kremer, tutte accomunate
dall'essere nate nelle tre repubbliche baltiche, in un angolo di Europa un po'
remoto e troppo spesso dimenticato; Il giardino dei cosacchi (2016), il romanzo
che racconta gli anni successivi alla prigionia di Dostoevskij e la sua
profonda amicizia con Alexander von Wrangel. Tre testi sul crinale tra il
romanzo e il saggio biografico, punto di partenza sia di narrazioni collaterali
che di approfondimenti storici o geografici.
L'incontro al Salone è moderato da Marco Filoni che decide di
entrare subito nel vivo della questione: come si legano la scrittura e la
Storia? Come si tiene conto dei “fatti” quando si scrive?
Baricco dice di aver sempre desiderato di riuscire a scrivere
qualcosa di simile a ciò che scrive Brokken, a metà tra la biografia e il
romanzo, in grado di raccontare un'epoca o un paese (la vita di Albano per
raccontare l'Italia, quella di Madonna per raccontare il mondo). Ma come
affrontare questo genere? Se nell'antichità l'eroe doveva essere sublimato,
magnificato, oggi quel che conta è mostrare “la vita vera”, del protagonista,
depurata da quell'alone di perfezione e esemplarità, ma quanto più umana
possibile.
Jan Brokken ha trovato la sua formula magica, di sapiente
bilanciamento tra la verità degli avvenimenti e il meccanismo romanzesco (ed è subito
Manzoni): prendere dei fatti reali, accertati e affidarli a un narratore
esterno, che filtra le vicende e che le restituisce in una chiave narrativa
vicina a quella del racconto, per dare al lettore una storia nella Storia.
E qual è appunto il rapporto con i lettori? Lo definiscono
una danza, nella quale ci si avvicina a chi legge, ma si mantengono le
distanze. Per Brokken tali distanze sono più marcate: il lettore è dall'altra
parte, dove riceve il frutto di un lungo lavoro e lo fa suo, lo cambia a suo
modo e quando scrive non lo immagina, resta concentrato sulla pagina bianca,
così difficile da riempire. Baricco invece cerca sempre di scrivere per
qualcuno, pensando a qualcuno, anche se poi se lo dimentica e il passo a due
che aveva iniziato diventa una danza solitaria.
L'incontro al Salone, così partecipato, è la dimostrazione che parlare di scrittura e di lettura è un tema sempreverde dal quale far scaturire ogni volta delle nuove riflessioni.
Infine, un'immagine regalataci da Baricco, un aneddoto
personale che vuole condividere con chi lo ascolta. È una fotografia, quella di
suo figlio appena nato, steso sopra le bozze del suo libro City. Il
libro che lui definisce il migliore che ha scritto (e che sono immediatamente
andata ad acquistare) è terminato, è finito, e suo figlio è appena venuto al
mondo. Il padre è lo stesso, ma sono così diversi, uno complesso e pieno di
brutture, l'altro puro e perfetto. Ma sono lunghi uguali e hanno tutta una vita da imparare a percorrere.