Veronika
decide di morire
di Paulo Coelho
traduzione di Rita Desti
La Nave di Teseo, 2019
pp. 228
€ 13,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)
“Io non so che cosa sia esattamente un matto,” sussurrò Veronika. “Comunque, io non lo sono. Sono una suicida frustrata.”“Matto è colui che vive nel proprio mondo. Come gli schizofrenici, o gli psicopatici, o i maniaci. Quelle persone, cioè, che sono diverse dalle altre.”“Come te?” (p. 48)
Di dialoghi e considerazioni come
quella riportata il libro di Coelho è pieno: sono considerazioni che mirano a
fornire una visione diversa sulla malattia mentale, meno ostracizzante
e più vicina a una forma d’arte e di autenticità. Il malato mentale viene qui
presentato come colui che ha un problema dal punto di vista medico, sì, e un
problema socialmente rilevante oltretutto, che difficilmente gli potrebbe
garantire una vita degna; tuttavia viene anche presentato come se
fosse, in massima parte, costituito da una differente visione del mondo
rispetto a chi la malattia mentale non ce l’ha. La malattia mentale viene cioè
presentata come una forma di alterità rispetto agli altri, che poi
saremmo noi comuni mortali, i quali vivono una vita regolare, standard, in qualche
modo legata a una visione borghese e pertanto ingabbiata del mondo.
Che il senso ultimo dei tanti
discorsi affrontati in Veronika decide di
morire sia proprio questo è dovuto al ritornare costantemente sull’argomento:
“È grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. È grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura, significa andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra. Ma tu ritieni che l’essere diverso sia una follia, e perciò hai scelto di vivere a Villete. Perché qui, visto che tutti sono diversi, diventi uguale agli altri. Capito?” (p. 187)
Villete tuttavia non è un centro di
riabilitazione, né un luogo dove gli sfortunati si incontrano e possono venir
seguiti da assistenti sociali: Villete è un ospedale psichiatrico, con tanto di
medici, terapie d’urto come l’elettroshock e sedativi per placare i
pazienti più fumosi. Eppure questo luogo, inizialmente terrorizzante, perde le
sue caratteristiche da manicomio e sembra diventare una sorta di villaggio
vacanze, in cui i malati possono uscire ed entrare (quasi) quando vogliono e all’interno
del quale esiste addirittura una comunità, chiamata la Fraternità, di finti
malati che hanno deciso di restare nell’ospedale per non rientrare in contatto
col mondo esterno, percepito come luogo di una vita inautentica.
Villete, dunque, è il simbolo fisico
di questo mondo di confine fra ciò che è normale e ciò che normale non è, una dicotomia che torna e
che viene affrontata in modo superficialmente psicologico:
tutti i discorsi che mirano a un approccio alla vita puro e liberatorio,
artistico appunto, ma soprattutto a percepire l’esistenza col cuore – questo cuore
che nulla ha di medico o scientifico ma è una sorta di sesto senso, di terzo
occhio, di respiro vitale – suonano però alle orecchie del lettore molto naïf
semplicemente perché non applicabili alla malattia mentale.
Nel mondo reale però, quello che non è descritto da Coelho bensì da ciò che abbiamo intorno, il malato mentale
non ha modo di scegliere fra una vita inautentica (ricordiamolo: borghese,
limitata, ingabbiata verso un percorso fatto di studi, lavoro, famiglia
eccetera) e una autentica (artistica, personale, fatta di scelte indipendenti
da volontà esterne), anzi: proprio la condizione della malattia per certi versi
lo costringe a comportamenti a volte socialmente pericolosi e certamente
isolanti. Il depresso e lo schizofrenico, i due casi rappresentati dai
personaggi che aiutano Veronika nel suo percorso all’interno di Villete, non
hanno modo di vivere vite felici, eppure qui vengono quasi tratteggiati come esseri
che, proprio per la loro condizione, hanno modo di liberarsi delle catene della
società.
Il meccanismo vita
inautentica vs vita autentica può essere applicato al caso di Veronika, una ragazza di ventiquattro anni che non sa cosa fare della propria vita: lei non
soffre di una malattia mentale ma è “solo” molto apatica e necessita di stimoli.
Qui allora il messaggio di Coelho può funzionare, perché questo messaggio di
fatto dice, nietzscheanamente, “diventa ciò che sei”; ma questo discorso non
può valere per chi soffre di una malattia mentale, come tutta una narrativa di
genere ci dimostra, perché la malattia mentale non è qualcosa che consente di essere padroni del proprio corpo e della propria mente, punto (per fare un solo esempio possiamo nominare Qualcuno volò sul nido del cuculo, libro
di Ken Kesey, conosciuto al grande pubblico per l’omonimo film con un
eccellente Jack Nicholson).
Un ultimo appunto riguarda lo stile
e le meccaniche narrative: la scrittura di Coelho è molto lineare, la sua
bravura sta nel creare belle immagini con le quali colorire delle
argomentazioni semplici tendenti al semplicistico, e tuttavia si
fa leggere. Nello specifico di questo testo, però, c’è da dire che il
meccanismo principale – il trattamento dell’apatia di Veronika attraverso l’inganno
di una morte annunciata entro pochi giorni – è riconoscibilissimo fin dalla
prima volta in cui viene presentato. Il finale dunque arriva proprio quando ce
lo si aspetta, e rischia di risultare un po' troppo prevedibile.
David Valentini
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