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E mentre la giostra gira, ognuno è alla ricerca del proprio posto nel mondo: "Tutte le giostre che ho chiamato casa", romanzo d'esordio di Michela La Grotteria

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Tutte le giostre che ho chiamato casa
di Michela La Grotteria
Giulio Perrone Editore, luglio 2024

pp. 250
€ 18,00 (cartaceo)

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Ma la quiete non arriva mai e il tempo scorre sempre indietro, il tempo come un rullo da corsa che scivola sotto le scarpe nuove, quelle che ho comprato a una svendita con i soldi guadagnati d'estate e che non fanno ancora bene presa sui pavimenti instabili. Sempre troppo lontana da chi devo essere, voglio no, la mia volontà è una cosa sconnessa, incastrata tra le mie viscere impossibile da affermare. (p. 42)

Quando ho chiuso Tutte le giostre che ho chiamato casa, romanzo d'esordio di Michela La Grotteria, ho sentito un leggero senso di scombussolamento, che mi ha accompagnata anche durante la lettura, in certi punti più di altri, perché leggere la storia di Nadia significa guardare nell'abisso dell'incertezza, nel baratro delle infinite possibilità che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha provato. Nadia ha ventitré anni, ha appena concluso il suo percorso universitario e ha accettato un lavoro a breve termine - solo tre mesi - a Parigi. La città rappresenterà per lei l'occasione per confrontarsi con la vita adulta, in cui, lontana dalla famiglia, ogni responsabilità dovrà essere affrontata individualmente. La stanza che ha trovato, o per meglio dire, il posto letto, in affitto è condiviso con Annette, una ragazza francese molto diversa da lei, che la accompagnerà nella metropoli francese con una convinta - anche se apparente - nonchalance. 

Tuttavia, Nadia non rappresenta la giovane rampante, decisa a investire sul suo futuro, col coltello in mezzo ai denti a farsi strada tra le strade di Parigi, tutt'altro. L'impressione che abbiamo è che la protagonista si muova come dentro a una dimensione ovattata, da cui non riesce a uscire, e che la imprigiona con la sua rete di pensieri e preoccupazioni. Nadia si porta appresso il passato e soprattutto un evento tragico, che non ha ancora elaborato del tutto e, anzi, mai nemmeno affrontato: il lutto per la morte di un'amica. Senso di colpa, angoscia, incubi, preoccupazione per il futuro: tutto questo e molto altro impedisce a Nadia di librarsi in volo, alla ricerca della sua individuale via d'uscita. Diversi trasferimenti e molte case abitate, hanno fatto sì che ora Nadia sia abituata a sentirsi estirpata, lontana da quelle radici che da bambina costituivano la sua salvezza. Così la seguiamo mentre lascia che siano gli altri a decidere e a trascinarla da una parte all'altra della città, tra party in casa di gente che non conosce e sessioni di yoga.

Quel che invece Nadia non ha mai detto a nessuno, nemmeno in confidenza, è che ha l'ansia veramente per tutto. Ansia di fallire, di non essere una persona gentile, di essere troppo gentile e farsi calpestare, che le amiche siano sempre più amiche tra loro che con lei e di dire sì a tutto per non restare fuori da niente, ansia di aver sbagliato percorso di studi, ansia di non trovare il lavoro dei sogni e ansia di trovarlo prima di aver fatto tutte le esperienze che si fanno a vent'anni e poi basta. Ansia di non aver vissuto la vita appieno, e ansia che non la porti a nulla essere stata una ragazza studiosa comme il faut. Ansia che le persone a cui vuole bene non lo intuiscano, ansia di essere egoista, di non sapere amare abbastanza. (p. 23)

La sensazione di non essere come le altre: mai abbastanza leggera, mai abbastanza disinvolta, mai abbastanza, in una parola, amabile. Un malessere che inquina tutto, compresa una relazione a distanza, che non la rasserena quanto forse anche lei stessa desidererebbe. L'impressione è che Nadia viva la vita intorno a sé con uno scollamento generale, una paura di non vivere abbastanza oppure di farlo male. Tutto ciò, La Grotteria lo racconta con una cura notevole e una delicatezza di racconto che colpisce e stordisce. Grazie a queste capacità, infatti, riusciamo a entrare nella vicenda di Nadia, a sentirla sulla pelle, fino ad arrivare al peggioramento di questa angoscia, con l'inserimento, ad un certo punto, di una seconda voce, un secondo registro, che esprime i pensieri di Nadia. Questi pensieri, paralleli e quasi disturbanti, si inseriscono nella sua quotidianità e vengono decisamente ben gestiti dall'autrice, la quale non perde mai di vista il lettore, dando a quest'ultimo una perfetta guida per capire lo svolgimento dei fatti.

Dal punto di vista della scrittura, infatti, il libro presenta diversi punti di interesse: prima di tutto, particolare riguardo va dato agli incipit dei capitoli, i quali riescono ad essere molto incisivi - talvolta lapidari - e allo stesso tempo ad agganciare il lettore, lasciando un poco di mistero che spinge a proseguire. Altra caratteristica estremamente interessante è la capacità di La Grotteria di rappresentare lo sguardo di Nadia, agganciarlo ai dettagli di ciò che la circonda, per farci vedere il mondo con i suoi occhi. Così, tra una carta da parati scollata ai bordi e l'inserimento di qualche tessera lessicale francese, il nostro sguardo si fa attento, entrando nel malessere esistenziale, e forse potremmo dire generazionale, di una ragazza che cerca di ritagliarsi un posto nel mondo. Infine, degne di nota sono anche alcune immagini, particolarmente riuscite e narrativamente felici:

Mi veniva da piangere ma che figura ci avrei fatto, col gatto.
Ho paura, ho detto.
Di cosa?
Ho paura.
Ho affondato il viso nei palmi e poi mi sono sbriciolata sul bancone della cucina. Divido la casa con Annette ma lei non c'è mai, solo la sera, e io posso fare cose come quella, sul bancone. (p. 45)

Proseguendo nella lettura, si nota quanto la voce di La Grotteria possieda una sensibilità particolare, capace di cogliere con profonda attenzione le storie nascoste dei personaggi, anche di quelli secondari e apparentemente risolti, come Annette, riuscendo altresì a comunicare efficacemente i sentimenti di angoscia e di disorientamento riguardanti il futuro.

[...] non voglio scegliere, diceva, datemi più tempo e fatemi tornare indietro, urlava, urlava ma le pareti si stringevano e il varco da cui era stata spinta nella stanza si era chiuso (p. 70)

Possiamo quindi dire che Tutte le giostre che ho chiamato casa è un esordio decisamente interessante - così come lo sono la voce dell'autrice e la splendida copertina -, che mette in scena il ritratto di una ragazza in crisi, portatrice di un'incertezza generazionale in cui i binari che si sceglie di seguire non sono mai dritti e non conducono mai a un approdo definitivo. Un'incertezza che in questo caso non viene abbracciata ma subìta, in una giostra, appunto, che gira e rigira, in un eterno carosello. 

Un romanzo profondo, da leggere e consigliare a chi si sente in mezzo a una bufera e ancora non sa quale posto chiamare casa. Un romanzo che fa sentire anche un po' meno soli nella propria ricerca individuale. E allora, forse, tanto vale godersi il giro, tutti insieme, facendo del proprio meglio e continuando a cercare il proprio posto nel mondo.

Valentina Zinnà