Una storia ridicola
di Luis Landero
Fazi, gennaio 2025
Traduzione di Giulia Zavagna
€ 18,50 (cartaceo)
Certo, avevo sperimentato quella stessa passione con alcuni dei miei nemici, intendo il bisogno di stargli vicino e, in qualche modo, il non saper vivere senza di loro, ma con Pepita era diverso, perché se l'odio può arrivare a essere soddisfatto o attenuato con la vendetta o il disprezzo, in amore non c'è altra possibilità che la conquista dell'amata, e al di là di questo tutto è fallimento, orrore, rovina e desolazione. In amore ci si gioca tutto con una sola carta, mentre nell'odio sono molti gli assi, le combinazioni, le sfumature del gioco. Le varianti dell'odio sono molto più ricche e numerose di quelle dell'a-more. Sebbene sia vero che, in fondo, le storie d'odio e quelle d'amore sono esposte in parti uguali ai soprusi dell'immaginazione e della follia. (p. 32)
Luis Landero, autore spagnolo classe '48, già conosciuto per aver pubblicato, sempre con Fazi, il romanzo pluripremiato Pioggia sottile, torna con una storia che lui titola "ridicola" e che effettivamente possiede la capacità straordinaria di non far comprendere appieno se il protagonista sia un genio o un pazzo cialtrone.
Marcial è un uomo peculiare e, quello che diremmo, un narratore inaffidabile: filosofeggia sul qualsiasi argomento, dando sfoggio della sua inaspettata capacità dialettica e ricchezza culturale, nonostante per sua stessa ammissione, non sia che un umile lavoratore in un mattatoio, a contatto con la carne viva, il sangue, il processo della morte. Ci espone, quasi in modo accademico, cosa pensa delle persone, dell'amore, dei suoi comportamenti, giustificando il suo tratto caratteriale estremamente critico e un po' snob attraverso interludi filosofici scritti in forma confidenziale.
Marcial si rivolge al lettore, è un narratore che parla in prima persona, e ci si domanda subito quanto sia vero ciò che dice, quanto c'è di geniale nelle sue "perle" di saggezza e quanto di follia autoreferenziale. Una nota familiare è che si ripete spesso, affermando appunto di ripetersi, come se il lettore stesso fosse - ai suoi occhi - un po' stupido oppure giudicante e ostile nei suoi confronti.
Marcial è saccente, per niente modesto, e continuamente promette al lettore mirabolanti prove della sua presunta intelligenza, del suo talento. A fare cosa? Beh, secondo lui, tutto. Questa sua arroganza comincerà a vacillare, come spesso accade anche nella vita vera, quanto incontra Pepita, la straordinaria donna di cui si innamora perdutamente. Se ne innamora così perdutamente che deciderà di ucciderla.
Ora, questa questione potrebbe sembrare al lettore la classica espressione patologica e malata di un uomo che non sopporta di non avere una donna e dunque "o mia o di nessuno". In realtà, proprio in virtù del fatto che Marcial è un personaggio davvero bizzarro, lui stesso spiega perché, argomentando la sua decisione, quasi convincendoci che, tutto sommato, l'idea non è così bizzarra. Ecco perché in apertura ho detto che si ci confonde su di lui, certamente una scelta narrativa voluta dall'autore, perché nei suoi deliri saltano fuori alcune considerazioni che fanno pensare "beh, però non ha tutti i torti".
Da quel pomeriggio, molte volte mi baloccai con la fantasia di uccidere Pepita e poi porre fine alla mia stessa vita. Non era, ovviamente, la prima volta che mi succedeva. Come tanti altri, anch'io ho spesso sentito il desiderio di eliminare qualcuno, e non solo persone che odiavo dal più profondo e segreto del cuore, ma a volte anche chi mi era semplicemente antipatico, o mi suscitava un lieve disappunto, tanto enigmatici e capricciosi sono quei raptus giustizieri. Il pensiero e il cuore sono indi-pendenti, non possiamo evitarlo, e in tutti noi, perfino nei più docili, c'è in agguato un assassino, in attesa del suo momento. Eppure, perché si veda fino a che punto è volubile quell'istinto criminale contro il prossimo, Ibáñez e la taverniera, per esempio, raramente mi ispirarono il desiderio di ucciderli.
Forse perché non li ho mai considerati acerrimi nemici, non li ho mai odiati a fondo e con consapevolezza. E sono certo che nemmeno loro l'hanno fatto con me. In termini amorosi, direi che eravamo qualcosa di simile a lieti amanti occasionali, non innamorati disposti a uccidere e a morire per amore (p. 73)
Al di là dei suoi propositi folli, Marcial, di fianco a Pepita diventa un cucciolo, ma al tempo stesso assume un atteggiamento ossessivo: pensa e ripensa in continuazione a ciò che ha detto in sua presenza, a come si è mosso, a che errori ha commesso, a quanto si è reso ridicolo (la sua paura più grande), a come rimediare al fatto di essersi reso ridicolo. Questi sprazzi di pazzia sono mitigati da raccontini divertenti del rapporto di odi et amo che intrattiene con alcune persone di sua conoscenza, su tutti, la locandiera di una taverna castigliana e l'amministratore del suo condominio, il signor Ibáñez.
L'ho già detto prima, e non mi stancherò di ripeterlo: detesto le ovvietà, e questa domanda è un'ovvietà. Certo che ci pensai. Certo che sarebbe piaciuto anche a me sistemare in qualche modo quel malinteso, perché so quanto può far male un'offesa, ma ormai eravamo entrambi sopraffatti dalla situazione, il destino ci aveva già assegnato i rispettivi ruoli nel dramma. E questo senza contare il piacere che la nostra avversione reciproca già cominciava a procurarci. Ripeto: il piacere che la nostra avversione reciproca già cominciava a procurarci. Pagai, presi il resto, feci un vago saluto con la mano e me ne andai senza guardarla. Per qualche giorno mi misi ad analizzare in profondità quell'incidente, e più di una volta fui sul punto di andare a trovarla per tentare di riparare al torto, ma qualcosa mi diceva che era tardi, che il danno dello sgarbo era ormai irreparabile, e che, come gli innamorati, entrambi eravamo rimasti intrappolati senza rimedio nella fatidica rete della rivalità. Questa è la mia teoria circa l'origine della nostra discordia. (p. 50)
Il racconto comunque si incentra per la maggiore sulla conquista di Pepita da parte di Marcial, una conquista stramba, ironica, che ha dell'assurdo. Mi sembra quasi un personaggio picaresco, con la differenza che invece di gonfiare i suoi successi e sgonfiare gli insuccessi, Marcial opera al contrario. Resta il dubbio, forse chiarito o forse no, che Marcial sia un grandissimo ridicolo (e qui riprendo il titolo) e bugiardo.
Ne consiglio la lettura a chi cerca un romanzo breve diverso, originale, con un narratore che potrebbe far saltare i nervi ai più, ma che in fondo ha una capacità di convincimento che gli concede il beneficio del dubbio.
Deborah D'Addetta
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