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«Il passato è così, vero? Credi di essertelo lasciato alle spalle, poi un giorno entri in una stanza e lo trovi lì ad aspettarti». "Il giorno dell'ape", di Paul Murray

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Il giorno dell'ape
di Paul Murray
Einaudi, gennaio 2025

Traduzione di Tommaso Pincio

pp. 664
€ 22 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Ma crede sia il caso di farci studiare una persona così? […] Siamo tutti persone così, disse Miss Grehan. Tutti noi abbiamo dei problemi. Ma spesso, invece di accettare la verità su noi stessi, preferiamo nasconderla sotto il tappeto. Cerchiamo di trasformarci in ciò che pensiamo di dover essere. Molte delle brutture che ci sono al mondo provengono da persone che fingono di essere qualcosa che non sono. (p. 33)

A meno di non essere stati rinchiusi in una caverna nelle ultime settimane, è piuttosto improbabile non aver sentito parlare di Il giorno dell’ape, il nuovo romanzo dello scrittore irlandese Paul Murray, in libreria da fine gennaio per Einaudi. Il giudizio è pressoché identico ovunque, l’entusiasmo generale della critica anglosassone si è tradotto in una altrettanto calorosa accoglienza da parte di quella italiana. Un successo notevole per questa poderosa storia che si snoda per oltre seicento pagine, libro dell’anno per The New York Times, Guardian, Washington Post, New Yorker, The Economist, finalista al Man Booker Prize e vincitore del’Irish Book Of the Year 2023. Arriva dunque in Italia tradotto da Tommaso Pincio con questo carico di aspettative, accresciute dalle parole di scrittori come Sandro Veronesi, che lo inserisce tra i più importanti libri di questo quarto di secolo. Ricorre, nei vari salotti letterari e “discussioni” intorno al libro, anche il nome di Franzen, di cui Murray sarebbe una sorta di risposta irlandese. Difficile con queste premesse riuscire a formarsi un’opinione propria in merito senza rischiare di scivolare da una parte nella superficialità di critica a seguito dell’entusiasmo generale o, per contro, di volersi porre a tutti i costi come voce fuori dal coro, in una posa di snobismo che non porta nulla al discorso letterario.

Fin da principio, mi sento di poter sostenere alcune cose in modo chiaro: Il giorno dell’ape è un romanzo potente, dall’architettura solida, universale nelle tematiche affrontate; certe scelte di traduzione mi hanno lasciata alquanto perplessa, ma colgo perfettamente anche la sfida rappresentata dalla prosa di Murray e Tommaso Pincio è un professionista; il richiamo a Franzen ha senso solo fino a un certo punto, in quanto romanziere che si è spesso concentrato sul tema famigliare, come il Murray di questo romanzo, ma le similitudini si fermano qui. È quindi un romanzo straordinario, libro dell’anno, tra i più importanti degli ultimi venticinque anni? Il nostro giudizio su un’opera artistica è sempre e per sua natura difettoso: entriamo in contatto con una minima parte della produzione annuale, ogni lettura è in qualche modo influenzata dalle nostre competenze, studi, soggettività, esperienza umana, dal filtro con cui osserviamo il mondo. Chi mi può garantire che in Vietnam, per esempio, non ci sia una scrittrice che stia rivoluzionando il canone letterario o un romanzo che racconti la rovina di una famiglia molto meglio di quanto abbia fatto Murray? O, stando all’area anglosassone e pure io stessa leggendo anche in lingua originale, quanto è limitata comunque la selezione che faccio, quanti autori, quanti testi, restano fuori? Mi rendo conto che sto insinuando più dubbi che risposte, ma diffido sempre un po’ da certi picchi di entusiasmo.

E dunque: Il giorno dell’ape è un ottimo romanzo, che francamente avrei sfoltito di un centinaio di pagine, la prosa e la tenuta narrativa sono senza dubbio interessanti, ma non ai livelli di quanto ha fatto Sally Rooney in Intermezzo, per esempio. Ci sono passaggi che ho trovato didascalici e francamente continuo a interrogarmi sul perché Pincio a un certo punto abbia deciso di tradurre “showroom” con “garage” o usare espressioni lombarde come “menga”. Tuttavia, di rado ho trovato una narrazione così salda e uno scavo nella psiche dei personaggi, negli angoli più reconditi, riuscendo a tradursi sulla pagina in persone fatte di carne e sangue, complesse, mutevoli. Murray stringe perfettamente il filo di tutti gli innumerevoli spunti, tematiche, movimenti minimi e accadimenti, che di colpo si svelano al lettore come infiniti dettagli disseminati lungo la trama a comporre un quadro maestoso dove nulla è mai lasciato al caso. Farlo, nello spazio di quasi seicentocinquanta pagine e in una storia così densa di cose senza però mai diventare strabordante, è di certo notevole.

Il giorno dell’ape è un romanzo corale, una storia famigliare, in cui si alterano i punti di vista e le voci dei quattro componenti della famiglia Barnes: Cass, la figlia adolescente in procinto di diplomarsi e partire per il Trinity College; Imelda, la moglie bellissima dal passato difficile; PJ, il figlio minore e vittima dei bulli; Dickie, il capofamiglia, padre, marito. Vivono in una villa ai margini della foresta – un richiamo ancestrale che avrà un ruolo tanto simbolico quanto concreto lungo tutta la vicenda e fino all’epilogo – in una cittadina a due ore di strada da Dublino, una piccola comunità dove tutti quanti si conoscono e tutti quanti sono pronti a guardarti cadere. E la caduta dei Barnes è particolarmente rovinosa. Questa, in fondo, è la storia: la rovina di una famiglia, un errore che porta allo sgretolarsi di ogni cosa ma, soprattutto, che delinea ruoli, desideri, colpe e mette in crisi tutto ciò che fino a quel momento si credeva impossibile da scalfire, i rapporti, la propria concezione di sé stessi.

Il punto d’origine di questa caduta pare essere la crisi dell’attività di famiglia, le autoconcessionarie fondate dal padre e ormai da tempo guidate da Dickie, il primogenito. Pare, perché addentrandoci nella storia è presto evidente che i segni della rovina erano già parte della vita dei Barnes da molto prima della crisi economica del 2008, che ha investito la città e, come tante altre attività, anche la loro. La caduta dell’impero lascia tutti loro allibiti e di colpo li trascina dall’essere la famiglia più ricca e in vista della città a fantasmi che vanno di nascosto a fare la spesa in qualche discount mai frequentato prima, mettere all’asta online capi di abbigliamento firmati, gioielli, pezzi d’arredo unici. Per Imelda il crollo della sicurezza economica che il matrimonio con Dickie le ha garantito è un tradimento imperdonabile e risveglia in lei il passato di povertà, abusi, violenza e privazioni da cui era fuggita vent’anni prima incontrando i Barnes. Dickie tenta con scarso successo di minimizzare la gravità della situazione, ma è presto evidente che le cose hanno raggiunto un punto di non ritorno. I figli sembrano vedere per la prima volta le crepe lungo la facciata di una famiglia tutt’altro che perfetta, dentro la quale si annidano invece antichi rancori, segreti ben sepolti che spingono per venire fuori. Intorno a loro una comunità tutt’altro che coesa e solidale, intenta a osservare con maligna soddisfazione la caduta dei potenti.

Probabilmente l’aspetto peggiore della lenta agonia in cui si sta spegnendo l’attività di famiglia è proprio scoprire quanti in paese ne gioiscano – in quanti, per tutti questi anni, abbiano odiato i Barnes in silenzio. (p. 451)

I Barnes, che alla contea hanno offerto in tutti quegli anni non pochi drammi e colpi di scena. Ed è un pezzo alla volta, da punti di vista differenti, che il lettore conosce davvero questa famiglia, il suo passato, le disgrazie che l’hanno colpita, le meschinità, i segreti. Perché il crollo dello showroom non è che l’ultima più evidente crisi che li investe, ma la loro caduta è iniziata molto prima, forse proprio in quel giorno dell’ape… Murray compone un romanzo ricchissimo di trama e non è mia intenzione svelarvi nulla di più di quello che serve a inquadrare la storia: la mole è importante, ma è difficile staccarsi dalle pagine, stregati da un racconto tanto denso, ricco di colpi di scena, mutamenti, personaggi. E, allo stesso tempo, Il giorno dell’ape non è però soltanto romanzo di trama, seppur godibilissimo, ma un’attenta analisi psicologica dei personaggi che lo compongono, indagine delle zone più oscure dell’animo umano, dei tormenti, della lotta al proprio io, in una storia che si intreccia a tematiche complesse e ammalia per la solidità con cui l’autore riesce a trasportarci dalla riflessione sul cambiamento climatico all’orientamento sessuale, il conflitto generazionale e gli abusi, l’influenza del passato, le radici, il matrimonio.

È, soprattutto, un romanzo sulla vulnerabilità: degli individui, ma anche dei rapporti e, non da ultimo, del fragile ecosistema del nostro mondo. La crisi, la rovina, dunque, è privata e specifica, ma si espande all’esterno e travolge ogni cosa. Va da sé che un romanzo di questa portata racchiuda una molteplicità di spunti e riflessioni su cui varrebbe la pena concentrarsi in modo dettagliato; scelgo però di inquadrarne solo alcuni, di particolare interesse per la resa letteraria, per la profondità delle considerazioni. E parto da Imelda, la cui voce in questo romanzo corale è quella che spicca con maggior intensità: Murray sceglie infatti di affidare la narrazione alle voci diverse e alternate dei protagonisti, rafforzando in questo modo la soggettività sulla vicenda, lo sguardo peculiare su ciò che sta accadendo e mediante piani temporali che intrecciano il presente al passato che li ha condotti fino a quel momento, le scelte compiute, le parole taciute. Ognuno di loro ha un punto di vista diverso e in potenziale anche una voce; quella di Imelda si fa la più riconoscibile – e perfetta per il personaggio – grazie alla scelta di usare una sorta di monologo interiore che scivola verso il flusso di coscienza e senza segni di punteggiatura, a seguire pensieri, ricordi, allucinazioni del personaggio. La storia di Imelda è intrisa di dolore e la bellezza straordinaria è solo la maschera che nasconde un passato di abusi, povertà estrema, disperazione. L’incontro con i Barnes cambierà ogni cosa, ma prima di tutto la mette di fronte all’evidenza della distanza che c’è tra quelli come lei e loro, dall’infanzia dalla quale è scappata e le vite cariche di possibilità.

E nell’ascoltarli realizzò che era questo a renderli diversi Perché a casa sua non si facevano piani di nessun tipo Non si pensava al futuro La vita ti veniva addosso come membri di una banda usciti da un furgone (p. 224)

Sarà presto chiaro, tuttavia, che ogni famiglia nasconde le proprie colpe, ogni famiglia indossa una maschera per mostrarsi al mondo in modo accettabile e anche i Barnes, soprattutto i Barnes, non sono immuni al dolore. Vent’anni dopo, annientata dalla rovina che ha colpito tutti loro, Imelda ripenserà al «residuo di un’altra vita» (p. 290), quello che doveva essere e che poi si è trasformato in cenere. È stata una morte violenta il momento in cui ogni cosa si è infranta? È stato il giorno dell’ape? Ancora prima, quando se n’è andata dalla casa di suo padre per trasferirsi dalla vecchia Rose, la donna che sembra avere il dono speciale di vedere cose che altri non possono vedere? È stato quando si è rivolta a Maurice, il capostipite, tanti anni prima o adesso, affinché li salvi dalla rovina finanziaria?

Era insopportabile Esserci ancora Essere ancora viva (p. 272)

E insopportabile è uscire dal flusso di pensieri di Imelda, dalle pieghe della sua storia e la portata di quello che rappresentano. Ne emergiamo per seguire il filo di una storia che è chiaro fin da principio non fa sconti e dove è difficile credere possa esserci consolazione. Non vi svelerò il finale, naturalmente, ma il ritmo sempre più sincopato ci porta a un momento di massima tensione e sarà interessante confrontarsi sul significato dell’epilogo, sulla sua interpretazione. Tempo di lasciare il flusso di pensieri di Imelda, addentrarsi in quelli di Cass, di PJ, di Dickie. Ognuno di loro porta la propria visione sulle cose, vive pezzi di vita che gli altri non conoscono, in un gioco di incomunicabilità e distanze che sono le fondamenta pericolanti di questa famiglia in rovina. Cass e PJ, con le loro peculiarità e distanze, ci ricordano quanto insidioso possa essere crescere, di quante scelte sono disseminate l’infanzia e l’adolescenza, del peso che hanno le parole non dette. 

Il giorno dell’ape è anche un romanzo sul confronto generazionale, sulla violenza dei sentimenti e dei rapporti con i genitori, che qualche volta restano schiacciati dal peso di quello che non si può dire, dalle distanze incolmabili. L’indifferenza di Cass a quello che accade nella sua famiglia, le sue risposte brutali, le sue scelte avventate sono lo spauracchio di un’adolescenza incomprensibile ed estranea, che porta il carico di veder crollare ogni certezza nello stesso momento in cui dentro di sé sembra esistere solo caos e confusione. Murray costruisce con Cass - ma non solo con lei - un personaggio difficile da amare, realissimo tanto nei turbamenti quanto nelle azioni che compie, acuto e scostante. Mette un punto difficile da dimenticare nelle innumerevoli rappresentazioni del rapporto padri-figlie, perché non ha paura di essere brutale, onesto.

Avrai l’impressione che papà ti giudichi e ti chieda al contempo compassione e tu non saprai cosa sia peggio. E in un attimo ti tornerà in mente perché hai iniziato a odiarlo: perché ti ha insegnato a essere giusta, integra, buona, e tu hai scoperto che non sapevi esserlo; perché tuo padre non può fare a meno di te, perché ha ancora bisogno di te come quando eri la sua bambina, anche se sei diventata odiosa, viscida, orribile e perversa. Perché sai che, se sapesse la verità, ti vorrebbe comunque bene, e per qualche ragione questo ti è insopportabile. (p. 614)

Ho detto che Il giorno dell’ape è la storia di una famiglia che va in pezzi. Ho detto che è un romanzo sul rapporto generazionale. Ho detto che alla storia si intreccia il discorso sul cambiamento climatico ma anche quello sull’abuso, la violenza, la sessualità, la profondità delle radici. Non ho detto che forse prima di tutto è un romanzo sull’identità: su quella più vera, ma più ancora su quella che scegliamo di calzare, una maschera che risponde alle aspettative, le nostre prima ancora di quelle degli altri. Dickie incarna perfettamente questa contraddizione, il bisogno di essere ciò che pensiamo gli altri ci chiedono di essere. Fino al punto che accettare la verità su chi siamo diventa insopportabile, meglio «nasconderla sotto il tappeto» e fingere di essere qualcosa che non siamo. Ma cosa succede quando fingere si trasforma però in una vita, in persone che amiamo e che a loro volta ci amano o ci hanno amato senza però conoscerci davvero? Eccolo, un altro nodo: fino a che punto possiamo conoscere le persone che amiamo? E fino a che punto saremmo disposti a perdonarle, ad amarle lo stesso, qualsiasi cosa abbiano fatto, a loro stessi, alle nostre vite? 

Il giorno dell’ape è un romanzo magnifico, imperfetto, brutale, che alla fine della lettura mi ha fatto venire voglia di scagliare via il libro con violenza. Non lo so se è il miglior romanzo dell’anno, di questo quarto di secolo o di questo quarto d’ora di celebrità e nemmeno mi importa. So quello che conta: che è una storia capace di suscitare dibattito, mettere scomodo il lettore e spingerlo a interrogarsi. Un testo denso e di trama ma che si regge su una narrazione salda e scelte stilistiche interessanti. Una storia che forse, mi auguro, non ha niente in comune con noi e con le nostre vite, perché la letteratura non ha certo il compito di farci da specchio ma, casomai, di offrirci uno spiraglio su qualcosa di altro. Non consola, offre ben pochi spiragli di luce. Non è Franzen, non è nient’altro che Paul Murray, la sua voce, la sua scrittura. A cui perdono certi momenti didascalici, alcune lungaggini di troppo. Il finale, non so ancora se perdonare Murray o ringraziarlo per il carico di ambiguità.

Debora Lambruschini