Se in un rifugio a 2500 metri di quota si serve la pasta con le vongole, la colpa è del turista o del rifugista? (p. 73)
Bella domanda. Possiamo partire da qui per raccontare questo libro di Matteo Righetto, noto scrittore "di montagna", grande esperto di Alpi, nonché presidente della sezione Livinallongo-Colle Santa Lucia del CAI, Club Alpino Italiano. Il richiamo della montagna è un grido d'allarme sull'"uso" sconsiderato che negli ultimi anni si sta facendo delle nostre montagne, in particolare delle Alpi, ecosistema delicato e, purtroppo, già molto a rischio a causa del cambiamento climatico. Come ha tragicamente dimostrato la frana che, il 3 luglio 2022, si è portata via un pezzo del ghiacciaio della Marmolada e, con esso, undici vite umane. Evento che apre il libro.
Posto che il cambiamento climatico è, in buona parte, causato dalle attività dell'uomo, a peggiorare la situazione, negli ultimi anni, c'è stata un'impennata di presenze sulle Alpi, una sorta di boom del turismo alpino di massa, che ha segnato la nascita di nuovi bisogni, di nuovi desideri o di nuovi capricci (vedi le vongole a 2500 metri). Questo ha fatto sì che le montagne si siano rapidamente trasformate in una sorta di Disneyland en plein air: gonfiabili per bambini che sbucano tra la poca neve rimasta, rifugi che assomigliano sempre più ai ristoranti stellati delle grandi città, roller-coaster che fanno provare il brivido della velocità come al luna park, impianti sciistici, sempre più avveniristici e veloci, capaci di portare in vetta migliaia di persone che poi scendono su lingue bianche di neve finta (o meglio, sparata dai cannoni) per la cui creazione servono sempre più invasi artificiali. Negli ultimi anni sono sbucati, solo in Trentino Alto-Adige ben cinquantanove nuovi "laghetti", che altro non sono che bacini costruiti da cui prendere l'acqua da trasformare in neve. O le funivie dismesse perché in zone non più innevate che restano, desolate, a guardarci, ammassi di ferraglia. Per tutto questo, e altro, Righetto parla di "alpicidio".
Da qui il grido di allarme, fermiamoci, torniamo alla natura, al rispetto che le dobbiamo se pensiamo a come, anticamente, l'uomo viveva in simbiosi con essa. Proviamo ad ascoltare il richiamo della montagna come esperienza genuina di fusione con l'ambiente, ritroviamo la nostra umanità a contatto con il verde, con la roccia, con il bosco. Se ci fermiamo un momento, riusciremo a percepire il respiro della montagna, il suo silenzio che ha bisogno soltanto di cura, manutenzione e condivisione.
È esattamente questo il punto, qui sta la vera svolta possibile, la chiave di volta per una rivoluzione integralmente ecologica. Mettersi in ascolto del sacro richiamo della Terra. (p. 87)
La lotta alla crisi climatica si compone di macro interventi sui quali l'uomo singolo può fare ben poco, ma anche di azioni e comportamenti che tutti quanti possiamo adottare, in montagna, al mare e in città. Gesti che servono a rendere l'ambiente più vivibile, per tutti, e, forse, a costruire una nuova filosofia dell'abitare il mondo che torni a un vero Umanesimo di comunità. Dove per comunità si intende il connubio tra persone e ambiente circostante. Che ha bisogno di tempo, di lentezza, mentre le città, e noi con esse, vivono sulla velocità.
Tutto vero, tutto altamente condivisibile, tutto da sottolineare. In particolare, per l'afflato appassionato che Righetto mette in queste righe, un anelito dal quale si percepisce immediatamente il suo essere concreto, il suo desiderio di trasportare queste convinzioni innate dal piano della filosofia a quello della pratica. Il suo essere non solo scrittore di montagna, ma uomo di montagna, con la voglia di mettersi a fare, non solo a raccontare. E in questo libro il suo obiettivo è quello di aiutarci ad aprire gli occhi, dando voce alla montagna, mettendo a nudo la sua anima in pericolo. Un saggio dal quale traspare la sua etica, la sua filosofia di vita, il suo modo di vivere l'ambiente, un manifesto dei suoi valori che hanno avuto un'incarnazione letteraria nella protagonista del suo ultimo romanzo, la Tina Thaler de Il sentiero selvatico (Feltrinelli, Milano 2024).
Eppure, nonostante io abbia sempre molto apprezzato i libri di Righetto, devo ammettere che questo suo scritto mi ha lasciata, per certi versi, un poco perplessa, non tanto per il contenuto impossibile da non condividere, ma essenzialmente per due motivi che cercherò di spiegare. Il primo ha a che fare con un certo rischio che un libro così strutturato su incitazioni, appelli e richiami scivoli nel didascalico o nel dottrinale, mi si passi il termine (sono certa che Righetto ne è lontano anni luce, ma, a mio parere, il rischio c'è). Faccio solo un esempio. Chi abita in città desertificate dal cemento, d'estate anche solo in giornata, scappa in montagna per respirare, e questo è pacifico, lo dice l'autore. La sfida allora diventa cercare di educare questo turismo non abituato all'ambiente montano
E far sì che la gente poi scenda dalla montagna con la consapevolezza di dover impegnarsi a ripensare e riprogettare le proprie città del futuro. Città dove si possa vivere meglio anche senza cercare la wilderness, dove si possa respirare aria più sana senza fare duecento chilometri. (p. 98)
Tutto assolutamente condivisibile e legato a quel nuovo codice di comportamento che tutti dovremmo adottare e trasmettere quasi geneticamente alle generazioni successive che avranno il compito di rimediare a questo disastro. Eppure, sotto traccia, percepisco qualcosa che mi punge. Frasi come questa, ma ce ne sono altre («C'è più vita in una vetta solitaria che in un centro commerciale, lo vogliamo "sentire"?», p. 98), mi spingono a pensare che frequentare le montagne possa diventare appannaggio di pochi. È un po' questo il rischio di cui parlavo prima, quello di pensare a una bolla elitaria, non tanto dal punto di vista economico, ma di chi ritiene di avere le carte in regola per entrare in simbiosi con la montagna. Una montagna non per tutti, insomma. Ma in realtà, la montagna è, sarebbe, di tutti. Come se ne esce? Si può trovare un punto di equilibrio? Certamente è deprecabile, anzi da scongiurare, l'assalto alle località di montagna a seguito di sedicenti tiktoker che si risolve in invasione mordi e fuggi, su questo non c'è nulla da discutere. Anzi, solo calare un velo pietoso. Però è anche vero che se non fosse nato il "turismo di montagna", i paesi ai piedi delle nostre vette si sarebbero desolatamente svuotati, come accaduto nel Novecento e come in parte sta accadendo ancora, se la Giunta provinciale del Trentino Alto-Adige sente il bisogno di offrire fino 100mila euro a chi accetta di trasferirsi in certe zone, chiaramente non turistiche. La realtà montana è molto complessa e deve tenere conto di molteplici fattori. È una questione di bilanciamento di fattori. Per questo non mi convince appieno un mero ritorno alla natura, al sacro, al selvatico.
Il secondo motivo è puramente letterario. A parte i richiami ai grandi autori della montagna, Mario Rigoni Stern in primis, ma anche John Muir, Jack London o Scott Momaday, le pagine più belle di questo libro sono, a mio parere, quelle in cui l'autore fa parlare i personaggi (veri o fittizi che siano), Silvestro, il montanaro che brontola, che si lamenta del caldo, della gente, del lavoro alla funivia, ma che, alla fine si accontenta, pensa a se stesso, ai soldi, e ripete fra fra sé e sé con sarcasmo "Chi ze el genio che l'ha dit che l'ambiente naturale siamo noi?" (p. 53). D'altro lato c'è invece Agata, la vecchia Agata, che vive ancora in simbiosi con la sua montagna, tiene le galline, coltiva l'orto, cucina sulla stùa, sente sulla sua pelle il cambiamento, percepisce nei nervi e nei muscoli il pericolo, «pensa che a un certo punto qualcosa si sia rotto e gli uomini abbiano iniziato a credere di poter fare tutto da soli, senza la natura. Senza la montagna» (p. 37). Le pagine abitate da Silvestro e Agata rappresentano il nucleo centrale di un romanzo che, a mio parere, sarebbe risultato fortemente efficace nel descrivere il diverso atteggiamento verso la montagna e la necessità di tornare a essa. Perché Righetto è scrittore, sa come far parlare i personaggi, è maestro nel ricostruire storie, ambientazioni, paesaggi. Eppure, a un certo punto del libro, li perdiamo, Silvestro e Agata... spariscono. Peccato, secondo me sarebbero stati due grandi protagonisti di un bel romanzo sulla montagna e sull'uso consapevole da farne.
P. S. Se poi questo libro, proprio perché in forma diversa dal romanzo, riesce a intercettare una parte diversa di pubblico, ben venga.
Sabrina Miglio
Social Network