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Cosa ci raccontano davvero le mappe che conosciamo? E se celassero degli inganni? Il saggio di Richardson adatto anche alla scuola

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Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia
di Paul Richardson
Marsilio Nodi, febbraio 2025

pp. 240
€ 18 (cartaceo)
€ 11,99 (e-book)

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Fino a non molto tempo fa, in agguato ai margini delle nostre carte geografiche comparivano creature mitiche. Draghi e mostri infestavano le terre emerse, mentre colossi delle profondità sottomarine cercavano di spezzare le carene e le ossa di chiunque si avventurasse nelle loro acque. Kraken e leviatani giacevano sui fondali in attesa di trascinare i bastimenti verso un tragico destino; sirene, serpenti e aragoste giganti tormentavano i sogni dei marinai. Creature fantastiche popolavano gli immaginari cartografici del Medioevo e del Rinascimento e i racconti sui mostri marini prendevano forma sulle mappe, diventando leggenda. Mito e realtà si confondevano, inducendo gli avventurieri a spingersi verso terre sempre più lontane, per confermare l'esistenza di questi esseri e delle ricchezze sconosciute di cui si diceva fossero circondati. Se quei racconti si fossero dimostrati veritieri, ne avrebbero ricavato fama e fortuna.

Uno dopo l'altro, però, i mostri iniziarono a scomparire dalle mappe, sino a che, alla fine del XVII secolo, se ne perse ogni traccia. I progressi nella cantieristica navale, nella navigazione e nelle tecniche di mappatura avevano contribuito ad aumentare le conoscenze dei cartografi europei, consentendo così di ricreare con maggiore precisione le fattezze del globo. (pp. 7-8)

Chi non ha mai visto una di quelle cartine di qualche secolo fa a cui angoli comparivano davvero polpi, sirene, draghi a simboleggiare di fatto la natura ignota, pericolosa e misteriosa di alcune terre di cui non si conosceva l'esistenza, l'ubicazione, le fattezze? Ecco, all'epoca, quando non si aveva modo di rappresentare la verità su carta, si utilizzavano altre discipline e strumenti (come la pittura o l'incisione o il disegno) per sopperire alla mancanza di informazioni.

Oggi, ovviamente, questo simbolismo non è più necessario perché sappiamo mappare con esattezza millimetrica anche il luogo più ameno e irraggiungibile della Terra (e non solo, perché stiamo facendo lo stesso anche con gli altri pianeti del sistema solare). Sembrerebbe che la nostra tecnologia odierna ci abbia dato tutti gli strumenti per trasferire su un semplice foglio - una mappa - le coordinate del nostro mondo. Ma sarà davvero così? Quanto possiamo fidarci delle mappe? Quante informazioni extra-ordinarie celano? 

Mi viene in mente un'immagine che ho scovato tempo fa su internet, in cui veniva mostrata la reale dimensione del Giappone paragonata all'Europa intera: ve lo sareste mai immaginato che il Paese del Sol Levante è lungo quanto la distanza che intercorre tra Amsterdam e il sud del Portogallo? Visto su mappa sembra piccolo, quasi un'isolotto, ma in realtà la sua superficie di terra utilizzabile copre quanto la superficie dell'Islanda. Dal punto più a nord a quello più a sud, praticamente copre tutta l'Europa. Curioso, vero? Viene da chiedersi allora quali altri inganni celino le mappe che siamo abituati a guardare fin dai primi anni di scuola.

[...] le nazioni non sono entità prestabilite o predeterminate. Si tratta piuttosto di realtà contestate e costruite, con confini spesso arbitrari, attraversati da comunità intere e da molteplici identità. Il mito della nazione risiede nel fatto che la sua pretesa di essere antica, naturale e radicata si fonda in buona sostanza su un'illusione. Per questo simboli, esibizioni ed espressioni dell'identità nazionale necessitano di essere costantemente ripetuti e messi in scena, in modo che l'intangibile legame tra i cittadini di oggi, e tra il passato e il presente, sembri reale. Per costruire la nazione occorre reinventare la tradizione. Lo si può osservare nel palazzo di Westminster, sede del parlamento del Regno Unito, ricostruito tra il 1840 e il 1870 in stile neogotico dopo essere stato distrutto da un incendio nel 1834; la Camera dei comuni, rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale, è stata realizzata nello stesso stile. Queste scelte hanno il preciso scopo di evocare le grandi cattedrali gotiche medievali inglesi e trasmettere un senso di continuità storica e di autorità che permane da secoli. (pp. 69-70)

Il saggio di Richardson si divide in otto sezioni: le geografie immaginate, il mito dei continenti, il mito della nazione, il mito della sovranità, il mito della misurazione della crescita, il mito dell'espansionismo russo, il mito della Nuova Via della Seta cinese e il mito dell'Africa destinata a fallire. Ecco che notiamo come i titoli dei capitoli suggeriscono l'intento dell'autore di sfatare questi miti, di sovvertire le nostre convinzioni sulla geografia, sulla rappresentazione degli spazi, della suddivisione e assegnazioni delle terre. Ad esempio, nel primo capitolo, Richardson chiede: il mondo è sottosopra? Quanti sono davvero i continenti? Cinque, sei o sette? O di più? Come siamo arrivati ad associare una certa latitudine al benessere economico? Perché l'Africa passa sempre come il continente che deve essere salvato, e in relazione a questo, siamo davvero sicuri che la sua colonizzazione sia davvero finita?

Tantissime domande, tantissimi spunti, curiosità, confutazioni per spingerci a mettere in discussione quelli che pensiamo essere capisaldi del nostro modo di percepire il mondo che abitiamo. Un testo attualissimo, scritto in maniera poco formale, chiara, facile, adatto anche a essere portato a scuola come testo di studio (dalle medie alle superiori). 

Lo consiglio a tutte le persone appassionate di geografia, architettura, urbanistica, ma anche a chi è curioso di scoprire cosa effettivamente ci raccontano le mappe e cosa ci nascondono. E perché.

Deborah D'Addetta