di Stefano D'Arrigo
€ 18,00 (cartaceo)
Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina 'Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill'e cariddi. (p. 57)
Questo l’incipit del romanzo che Giorgio Vasta, nel saggio introduttivo, chiama «una fata morgana del linguaggio». Ed è proprio la questione linguistica e stilistica che terrà lo scrittore avvinghiato in un rapporto che è “destino” al suo romanzo per quattordici anni, perché la trama è abbastanza semplice e facilmente riassumibile (quanto meno quella principale): all’indomani dell’8 settembre del ‘43 il marinaio 'Ndrja Cambria torna a casa (piccolo paese sullo Stretto di Messina) e nel suo viaggio di ritorno percorre le coste devastate dalla guerra della Calabria. Attraverserà lo Stretto grazie alla figura ammaliante di una “femminota”, dall’evocativo nome di Ciccina Circé. Una volta approdato in Sicilia, troverà un mondo completamente diverso da quello lasciato, un mondo degradato e terrorizzato dall’apparizione dell'Horcynus Orca, un mostro marino terrificante, con una piaga sul dorso che procura fetore e morte. L’Horcynus Orca è la Morte.
Il bel saggio conclusivo di Siriana Sgavicchia aiuta il lettore a dipanare alcune simbologie e alcuni lemmi del romanzo, che a me, messinese come l'autore, appaiono più facilmente comprensibili e che soprattutto sono carne e sangue dell'immaginario dello Stretto. Non a caso, al pari di un regista, D'Arrigo tornò a Messina per fare sopralluoghi, e a Punta Faro, scattò delle foto a pescatori, donne, anziani, carcasse di orche. Queste foto, al pari delle foto dei tantissimi fogli che D'Arrigo usava appendere per la casa con mollette da bucato, si trovano nella bella parte iconografica di questa preziosa edizione.
Dicevamo l'immaginario dello Stretto, ma l'immaginario darrighiano va ben oltre attingendo ad archetipi omerici e biblici. La Morte è la protagonista indiscussa, in tutte le sue variante (storiche, naturali, mitologiche) del romanzo. Il secondo conflitto mondiale ha sparso per la Terra una scia di morte, di assurdo dolore, che ha smembrato tutto.
Qua è così pieno di morti che non ve lo potete immaginare nemmeno, è tutto un grande viavai di nudità mascoline sfigurate. Ci furono miserande roncisvalli di marinai italiani come voi, nei mare qui dintorno e sti nomi di strage, certo v'arrivarono pure a voi all'orecchio: a noi, fatevi un conto, ci arrivava perfino l'eco del cannoneggiare e lo sconquasso dei siluramenti che ci mandava il cielo e il mare di vampa, di qua dietro alla Calabria, di qua in basso di Canale e in specie, di Malta. Si partirono allora e ancora navigano sti meschinelli che vi dico, sti naviganti in cerca di 'maro approdo. Chi l'ammazzò, forse non se ne ricorda più, ma essi ancora navigano, girano, esposti a sole e luna, si rivoltano nelle onde, (p. 358)
Quel mare che «se non è Jonio, è Tirreno» incamera i morti, non li fa andare né avanti né indietro. Nonostante le parole della sua "Circe", 'Ndrja riesce a tornare alla sua Itaca, la sua Odissea sembra aver fine, ma non è così. Non c'è più una casa, l'inquietudine è ciò che crea spaesamento in qualsiasi lido. L'inquietudine è legata alla riapparizione del mostro marino più temuto, l' Orcaferone, che terrorizza tutte le fere che nuotano nello stretto (le fere sono i delfini). Le fere, nel romanzo, hanno un nome e una storia, conosciamo il loro passato e i loro viaggi e questo fa sì che D'Arrigo abbia tenuto fede a quanto si ripeteva durante la scrittura: "Guardati da Verga". Se inizialmente sembra di assistere a un neorealismo, sebbene caratterizzato da un espressivismo tra il barocco e lo sperimentale, andando avanti con la lettura la trama stupisce, coniugando senza soluzione di continuità realismo e narrazione visionaria e onirica, racconto soggettivo e corale, lingua antica e moderna, aulica e dialettale. Per farla breve, Horcynus Orca fa quanto dovrebbe fare un'opera letteraria: creare un mondo e un linguaggio che prima non esisteva.
Quando le prime duecento pagine di questo romanzo incandescente giunsero nelle mani di Elio Vittorini, lo incantarono a tal punto che le pubblicò sul «Menabò», anche senza l'autorizzazione di D'Arrigo, che la prese malissimo. Era il 1960 e da quel momento intorno a questo romanzo si creò un mito (un mito del mito, potremmo dire). La Mondadori comprò i diritti e stipendiò D'Arrigo per ben quattordici anni, aspettando pazientemente che lui decidesse di porre fine alla stesura di un romanzo che più si andava avanti, più appariva interminabile, inaggirabile come tutti i segni e come la fantasia.
Quando il libro venne finalmente pubblicato, sorprendentemente la prima tiratura di cinquantamila copie andò esaurita in due mesi. Un caso editoriale che poi pian piano lasciò il posto a una sorta di timore reverenziale per un romanzo considerato ostico e illeggibile. La sua lingua, inoltre, ha reso arduo il compito dei traduttori, tanto che la prima edizione in lingua straniera arrivò nel 2017, in Germania, nella prestigiosa edizione Fischer.
Le fere si accaniscono in branco sull'Horcynus Orca, forse immortale, forse no, mettendo in scena una crudeltà primordiale e metafisica, che coinvolge ogni ambito del vivente.
I giorni della fera era il primo titolo di quest'opera monumentale e questi giorni ferini sembrano terribilmente attuali, la carcassa del Mostro galleggia ancora, impestando l'aria e il mare, e gli uomini si domandano se la Morte sia davvero immortale e invincibile.
Deborah Donato
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