di Catherine Ryan Howard
Fazi, marzo 2025
pp. 372
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
In 56 giorni Catherine Ryan Howard ci porta dentro una storia che sembra nascere da una premessa semplice – due sconosciuti che decidono di isolarsi insieme durante il primo lockdown – per poi svelare, strato dopo strato, una rete sempre più intricata di segreti, manipolazioni e identità costruite. Il risultato è un thriller teso e sorprendente, che gioca con la claustrofobia emotiva tanto quanto con quella fisica.
La vicenda si apre con l’incontro casuale tra Ciara e Oliver in un supermercato di Dublino, 56 giorni prima del precipitare degli eventi. La relazione si sviluppa rapidamente, portandoli a decidere di convivere quando il lockdown minaccia di separarli. Una decisione che sembra la più assurda, ma che in quelle circostanze permette a entrambi di conoscersi e stare insieme, visto che nessuno dei due vuole far naufragare quella relazione o qualunque cosa essa sia, anche se ne avrebbero diversi motivi entrambi.
L’apparente idillio, infatti, nasconde segreti: Oliver cela una verità scomoda sul suo passato, mentre Ciara ha motivazioni molto personali per accettare la convivenza. E man mano che la vicenda va avanti si comincia a credere che sarebbe stato meglio per entrambi troncare la loro convivenza. La narrazione si alterna tra il presente, in cui viene scoperto un cadavere nell’appartamento di Oliver, e i giorni precedenti, svelando gradualmente le dinamiche della vicenda e i misteri a essa collegati.
L’uso del lockdown come sfondo (espediente d’ambientazione che non è stato sfruttato in molti altri romanzi) conferisce realismo e attualità alla storia, amplificando la tensione e il senso di claustrofobia, mentre i salti temporali tra passato e presente mantengono alta l’attenzione del lettore, offrendo prospettive diverse sugli eventi e sui personaggi. Il lockdown diventa più di un contesto: è un acceleratore emotivo, un recinto narrativo in cui le dinamiche interpersonali esplodono, dove l’isolamento genera vicinanza ma anche paranoia. Howard utilizza l’assenza del mondo esterno per concentrare tutto sulla tensione interna, sulle dinamiche di coppia, sui dettagli che si fanno indizi.
Le bugie sono cose sottili e poco maneggevoli. Filamenti delicati, come fasci di nervi nel corpo. Facili da torcere, difficili da controllare, impossibili da tenere fermi. (p. 204)
Ciara e Oliver sono ritratti con profondità psicologica; le loro motivazioni e segreti emergono progressivamente, rendendoli credibili e complessi. Le bugie, che sono la cosa che li tiene insieme, è anche quella che permette a entrambi la sopravvivenza, paradossalmente il muro di incanto si infrangerà quando uno dei due proverà a essere infine sincero.
Oliver è una figura magnetica e ambigua: gentile, colto, ma troppo misurato per non nascondere qualcosa. Ciara, d’altra parte, è una protagonista che si muove con passo incerto ma determinato: è fragile, sì, ma mai passiva. Entrambi si presentano come vittime e carnefici, alternativamente, in un gioco di specchi che il lettore è chiamato a decifrare.
Howard non ha paura di sporcare i suoi personaggi, di renderli imperfetti e opachi. In questo senso, 56 giorni non è solo un thriller psicologico: è anche una riflessione su quanto siamo disposti a mostrarci agli altri – e su quanto possiamo davvero conoscere chi ci sta accanto, soprattutto quando il tempo si dilata e il mondo esterno si ritira.
Il fatto che l’autrice si soffermi così tanto sulle dinamiche di questa coppia e sulle loro paure, fragilità e parti nascoste, crea quasi la sensazione che non si tratti di un vero thriller. Il ritmo, proprio per questa ragione, è molto più lento e i colpi di scena sono praticamente solo alla fine.
Lo stile dell’autrice è coinvolgente e molto visivo, capace di far vivere le scene al lettore, la narrazione in terza persona alterna i punti di vista di Ciara e Oliver, permettendo al lettore di immergersi nei pensieri e nelle emozioni di entrambi. I dialoghi sono realistici e ben costruiti, e l’ambientazione durante la pandemia aggiunge uno strato di tensione e isolamento alla trama. Howard costruisce la trama come un puzzle narrativo: la cronologia, che si alterna tra presente e passato, tra punti di vista multipli, dà vita a un montaggio serrato ma mai confuso. È come se l’autrice si divertisse a spostare i tasselli proprio quando crediamo di avere il quadro completo. E questo movimento continuo tiene il lettore sul filo dell’incertezza, costringendolo a rivedere continuamente il proprio giudizio sui personaggi.
Un grande dramma si consuma davanti ai nostri occhi, così come lo è stato il momento storico in cui la vicenda è ambientata e anche la storia personale che ha reso i protagonisti quello che sono. La sofferenza dietro ad ogni scelta prende il posto della felicità dell’incontro iniziale e diventa man mano insopportabile da gestire. Un romanzo molto intenso e di grande impatto emotivo, narrato egregiamente.
56 giorni è un romanzo intelligente, che usa la struttura del thriller per interrogare il lettore su temi ben più profondi: la fiducia, la narrazione del sé, la possibilità di ripartire da zero – o di fingere di farlo. Perfetto per chi ama le storie in cui il mistero si insinua lentamente, e dove ogni dettaglio può ribaltare il significato dell’intera vicenda. Un thriller dell’intimità, capace di inquietare senza alzare la voce.
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