«È questa la morte. Hai capito? Non devi piangere, perché quando muori non senti più niente. È quando sei vivo che le cose ti bruciano». (p. 112)
L'autrice catalana Núria Bendicho Giró, con Terre morte, suo romanzo d'esordio, ha fatto del tema della "morte" un protagonista trainante, rendendolo nella sinestesia di un personaggio vivo, solido e multiforme.
«Gli occhi di mamma sembravano più morti di quelli di Joan. Stringeva il ginocchio del figlio con la mano sinistra e con l'altra si puliva i denti grattando con le unghie gli spazi fin sotto le gengive nere». (p. 7)
È questa la prima frase dell'incipit del romanzo che, fin dalle prime parole, trasuda crudezza, scuote senza preavviso il lettore da ogni preconcetto legato alla morte, ma non alla relazione che si possa avere con il lutto in generale, bensì quello più divorante, innaturale, illogico e devastante: la morte di un figlio.
Joan è morto, qualcuno della famiglia lo ha ammazzato e su questa immagine così delimitata e circoscritta l'autrice riesce a costruire una narrazione prolifica e diramata, erigendo una struttura a capitoli con tredici voci diverse, componendo una polifonia atta a contribuire lo svelamento della verità sull'omicidio. Le motivazioni di questo assassinio costituiscono l'apice della catarsi della natura malvagia, del sangue avvelenato e della violenza che questa famiglia, come una maledizione, una malattia, si tramanda di generazione in generazione.
«E ho deciso che, se potevo scegliere, non mi sarei più concessa di amare qualcuno, perché Dio mi aveva marchiato per sempre e, per quanto cercassi di cancellare la morte, ormai mi era entrata dentro». (p. 92)
Non vi è amore se non in forme distorte in queste terre morte, sterili e desolate. Una macabra allegoria si rivela: l'ambiente aperto dei campi e dei boschi privi di vita diventa luogo asfittico e claustrofobico. Un recinto suggestivo che è gabbia per la vita di ciascun personaggio in cui ogni intreccio narrato alimenta il decadentismo di questo romanzo atemporale. L'autrice ha dato mostra nella sua prosa, che richiama le peculiarità inconfondibili di Faulkner, di conoscere i concetti chiave non solo del decadentismo ma anche della sua corrente sorella, il panismo, in cui il tutto e l'assoluto si mescolano e si confondono: la morte è l'unica via di fuga per liberare e purificare, la morte ha diverse simbologie e differenti significati.
In una campagna afosa e prosciugata di vita e compassione la voce dura della madre, quella sensibile del padre, quella piena di filosofia della prostituta del paese, quella cinica e viscida del prete, quella spietata dei figli e quelle brutali e complesse di altri personaggi, sono il coro di degrado ma di diretta e incontrovertibile verità di questo libro che, come scritto anche dalla traduttrice nelle note, è "un romanzo per stomaci forti e cercatori di indizi".
«Eravamo così innocenti da credere che il passato di quelli del tuo sangue è solo passato». (p. 56)
L'autrice infatti, nel primo capitolo, ha disseminato con meticolosità e minuzia piccoli cenni e frammenti che costituiscono tutte le verità di un romanzo stratificato e architettato con estrema dovizia e cura; è un piacere riprendere, a fine lettura del libro, il capitolo iniziale e cogliervi ogni sfumatura che la scrittrice suggerisce nelle sue parole semi celate.
Terre morte è stato premiato dalla critica come miglior romanzo in lingua catalana nel 2021; sappiamo le affascinanti complessità di questa lingua e un plauso va dunque anche alla traduttrice, in quanto la scrittrice narra con una prosa fitta ma allo stesso tempo scorrevole e trascinante.
In Spagna e in altri paesi questo romanzo è stato definito un libro rurale con una trama noir, non trovando pieno accordo con l'autrice, che si è riconosciuta solo in parte in questa semplice e limitata catalogazione. Nelle pagine del libro si può percepire una nuova voce, un diverso modo di parlare di dolore come strumento di cambiamento e una originalità lontana dalle proposte mainstream. Un romanzo ricercato e trattato rispettando e richiamando la grande scuola spagnola del tremendismo, in cui la ruvidezza e la crudezza dei personaggi e del loro inesorabile linguaggio alimentavano ed esaltavano l'emarginazione inascoltata e dimenticata.
Caterina Incerti
Social Network