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Letteratura come scienza dell'individuale. La lezione di Isaac Singer

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A che cosa serve la letteratura?
di Isaac Bashevis Singer 
Adelphi, marzo 2025

traduzione di Marina Morpurgo

pp. 210
€ 19,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)


A volte mi chiedo quale utilità abbia oggi la narrativa. Perché mai inventarsi delle trame quando la realtà ci propone una messe inesauribile di avvenimenti più strani di qualunque cosa può soffrire la letteratura? La fantasia non riuscirà mai a eguagliare gli intrecci sorprendenti dei fatti. (p. 25)

Inizia con questo interrogativo il saggio A che cosa serve la letteratura? contenuto nell'omonima raccolta di scritti di Isaac Bashevis Singer pubblicato da Adelphi il 4 marzo 2025 nella traduzione di Marina Morpurgo.  Il volume rivela un aspetto meno noto della produzione dello scrittore polacco, Nobel per la letteratura nel 1978, quello della saggistica e critica letteraria, a cui si dedicò a partire dal 1939. 

L'opera è divisa in tre sezioni: Le arti letterarie, Yiddish e vita ebraica, Scritti personali e filosofia. Personalmente ho trovato la prima parte quella più interessante e ispirata della raccolta.

La riflessione singeriana sulla letteratura è estremamente attuale perché spinge a riflettere su alcune tematiche che, oggi più che mai, occorre mettere a fuoco: la distinzione fra scrittura narrativa e altre forme di scrittura (e la conseguente ibridazione fra queste forme), il narcisismo autoriale che porta a scrivere solo di se stessi, il radicamento del romanzo a una lingua e a una cultura, l'arte come narrazione dell'individuale, il rapporto fra scrittore e lettore.

Iniziamo con il primo punto. Singer registra un avvicinamento sempre più contaminante fra il giornalismo e la letteratura e la confusione fra questi due registri stilistici. 

Presentare scritti di giornalismo come romanzi non rappresenta né una rivoluzione né un guadagno sul piano artistico. Non è niente di più di una maschera che nasconde il fatto che la letteratura in prosa sta attraversando la medesima crisi della poesia, per quanto spesso in direzione diversa. (p. 26)

Ciò che Singer ricorda insistentemente è che la funzione della letteratura è quella di intrattenere. Questo appare riduttivo solo se partiamo da una visione sociologica o psicologica della letteratura, mentre Singer non teme di apparire banale, affermando che, se si toglie la storia, non c'è più letteratura. E appare visibilmente sorpreso del fatto che molti scrittori abbiano dimenticato questo semplice fatto.

Per quanto terribili possano suonare le mie parole, gli scrittori sono intrattenitori nel senso più alto del termine. Possono toccare solo quelle verità che suscitano interesse, divertimento e tensione. [...] Nell'arte, una verità noiosa non è vera. (p. 32)

Le derive sociologiche e psicologiche hanno intrappolato la forza dirompente dell'immaginario letterario. Il pubblico, scrive Singer nel saggio Vecchie verità e nuovi cliché, non legge un romanzo perché vuole conoscere le condizioni sociali e politiche di un certo paese. Non riesco a dagli torto neppure quando afferma che le pagine più noiose di Guerra e pace sono quelle in cui Tolstoj parla dei problemi dell'agricoltura in Russia. La letteratura è "scienza" dell'individuale e ciò significa  che non si leggono romanzi per acquisire informazioni o per imparare leggi universali. La forza della letteratura e parlarci non dell'adulterio, ma del dramma di Madame Bovary, non della follia omicida, ma del delirio di Raskolnikov. La differenza tra un saggio storico e un romanzo storico è proprio questa:

Volevo conoscere queste persone, e un libro di storia non era in grado di raccontarmi le storie delle loro vite - perché non rientra tra i suoi compiti mostrarci le individualità di questi eserciti e dirci che ne è stato dei soldati e come si sentivano. Cominciai a rendermi conto che il motivo per cui la storia non mi appagava era che essa era priva di individualità. Non riuscivo a trovare le impronte digitali di tutte quelle persone - le impronte digitali spirituali di chi essi fossero. (p. 51)

La letteratura non solo deve dare le impronte digitali dei suoi personaggi, ma «deve anche avere un indirizzo di casa» (p. 42). Singer non crede - e ciò lo differenzia, ad esempio, dalla riflessione di Milan Kundera sul romanzo - in un "romanzo internazionale", perché «l'arte è, per sua essenza, nazionale. È legata nel profondo a una terra, una località, un gruppo. Deve avere le proprie radici nel folclore» (p. 42).

Questa idea di Singer, oltre a dare forma e forza alla sua narrativa, la troviamo tematizzata nella seconda parte del testo: Yiddish e vita ebraica. Gli ebrei di lingua yiddish, con il loroa timore di una cancellazione fisica o spirituale e il loro sforzo di mantenere i valori e gli idiomi della loro storia, appaiono a Singer come un simbolo dell'intera umanità. 

Un popolo deve essere contemporaneamente sé stesso e parte integrante di un tutto, fedele alla propria patria e parte integrante di un tutto, fedele alla propria patria e alle proprie origini e consapevole fino in fondo delle origini altrui. Deve possedere la saggezza del subbio ma anche il fuoco della fede. In un mondo in cui siamo tutti essenzialmente stranieri, il comandamento «Ama lo straniero» non è solo un desiderio di altruismo, ma il vero nucleo della nostra esistenza. (p. 109)

In questo momento storico, in cui l'alterità è letta come ostilità e opposizione violenta, queste parole possano essere lette come un rifugio e un seme.

Deborah Donato